Assumerà, per ogni poppata, solo venti o trenta grammi di latte, eppure - mi dico - ha fame! Anche quando la montata lattea arriva ed il latte scende come una cascata bianca. Alfonso non ne approfitta, continua a cercare il capezzolo che io gli offro angosciata perché voglio che non perda questo momento che facilita la sua nutrizione.
     Il latte, presto, si mescolerà alle lacrime, alla disperazione dell'apparire della tosse, secca, continua, senza tregua. Alfonso spaventato dalla tosse, allarga le braccine e sgrana i suoi occhi in cerca di aiuto, io lo raccolgo, lo stringo, lo accarezzo. Ha la febbre alta, la tosse incalza, non lo lascia respirare, somministro gli antibiotici che il pediatra prescrive e aspetto accanto alla sua culla che la notte passi. Sono sveglia, sempre, e controllo ogni movimento, ogni respiro. Con il contagocce istillo nell'angolino della boccuccia piccole gocce di latte che ho precedentemente prelevato dal mio seno con il tiralatte. Sembra tranquillo e la febbre scende! Metto in moto il carillon sopra la culla per coccolare il suo sonno.
     Un colpo di tosse. Lo sollevo dalla culla, un piccolo rivolo di latte, un gemito e il carillon si ferma, nessun suono si ode più. E solo l'odore del sapone neutro Mantovani che accompagnerà la mia disperazione dappertutto.
     Morirà il 10 febbraio 1968 per broncopolmonite bilaterale (solo dopo anni saprò che non è stata la broncopolmonite a farlo morire).
Enrico, mio marito, bellissimo, ha grandi occhi azzurri, - come quelli di Alfonso -, biondissimo - come lo era Alfonso, - ottimista, mi consola: - Avremo subito un altro bambino -.
     La mia realtà dura, ineluttabile, mi colpisce ma non a morte, perché di dolore non si muore.